Don’t worry, be happy

Spero nessun neo diplomato mi ponga quest’anno la terribile domanda “com’è La Sapienza? Mi iscrivo?”, perché non saprei rispondere. O, ad esser sinceri, la mia replica sarebbe così cruda nel suo realismo e nella sua veridicità, dal risultare insopportabile.
Non è tanto La Sapienza, quanto lo stesso sistema universitario ad essere ormai inutile, arretrato, fallimentare. L’Italia continua a sguazzare nella convinzione il pezzo di carta sia assolutamente necessario. Siamo stati cresciuti a pane, Nutella e pipponi genitoriali tutti uguali. Ti diplomi, poi ti laurei, poi trovi un lavoro, poi ti sposi. Step belli preconfezionati, ai quali devi attenerti, perché “questa è la vita”.
Poi cresci e realizzi che questo è tutto meno che vita. Realizzi che l’Università ti darà un pezzo di carta, e solo un pezzo di carta. Per un posto di lavoro che non riuscirai a trovare, o che, nel 90% dei casi, sarà in un settore ben lontano dal tuo iter di studi. E non è detto che, nell’eventualità sia il Tuo lavoro, il lavoro che pensavi di volere, il lavoro per cui hai sgobbato, non si riveli poi una delusione inappagante.

In anni di studi ho capito tanto.
Ho capito che il pezzo di carta non ti qualificherà mai. Che i voti sono solo numeri. Che l’Italia è vecchia. Che i nostri genitori non capivano e non capiscono un cazzo.

Il bagaglio culturale che possiedo non lo devo all’Università, ma alla mia innata curiosità d’essere umano che deve – deve – ricercare il perché d’ogni cosa. Lo devo al passare almeno tre ore al giorno a leggere. Lo devo alla voglia, che avrò sempre, di domandare. “Fai troppe domande”, quante volte me lo sono sentita dire. Farò sempre troppe domande, perché ci sarà sempre qualcosa di cui non so e della quale vorrò sapere. E chi non domanda, o, peggio, chi pensa di sapere già abbastanza, per me ha perso in partenza.
Conosco diplomati con menti straordinarie, conosco pluri laureati incapaci a scrivere correttamente in italiano. Conosco poveri felici, felici davvero. Conosco ricchi terribilmente insoddisfatti.
L’Università mi ha mostrato tutto quello che non voglio essere, questo è l’unico merito che le concedo. E a chi si chiede “La Sapienza o Roma Tre?”, io risponderei: fai quello che ti rende felice. Scegli quello che ti fa stare bene, non domani, ma adesso. Ci dimentichiamo dell’adesso perché siamo troppo intenti a guardare al domani. Ma domani è domani, rischi di perderti le potenzialità dell’oggi se guardi solo al futuro. Sii felice ora. Insegui ciò che vuoi, percorri la strada che preferisci. Non curarti del sistema, non curarti dei parenti, non curarti del sentito dire. Abbi cura di te stesso. Cosa vuoi? Cosa ti fa stare bene? Vuoi viaggiare per il mondo, pochi spiccioli e zaino in spalla? Fallo. Quando tornerai, ne avrai di storie da raccontare, ne avrai di vita vissuta davvero, che nessuna scrivania ti donerà mai.

Tu, neo diplomato, fai quello che vuoi. Fallo davvero. Non ti auguro la laurea, non ti auguro il posto fisso, non ti auguro il denaro, non ti auguro la famiglia perfetta della Mulino Bianco, non ti auguro la casa di proprietà.
Ti auguro d’essere felice e in pace con te stesso.

E non è augurio da poco.

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