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Informazioni su Giada

Badass since 1988. * Life enthusiasm #PositiveVibesOnly * Travels and Stories * Fitness and Wellness * Cinema Sushi Rock 'n' Roll

March, 2008

Hey J, ciao.

Ti ho provato a chiamare ieri sera. S’attiva sempre la segreteria, se c’è una cosa che odio è quella segreteria di merda. Che senso ha lasciare messaggi vocali che non ascolteresti? Chiuso, finita, così hai detto. Che me ne importa, J, sono stata fraintesa e non compresa così tante volte da averne perso il conto. Accade ogni volta, è all’ordine del giorno. Il problema sono io. Non tu, solo io. In me scorrono fiumi di rabbia romantica e di passione incendiaria, in te la necessità d’un quieto vivere fatto di corsi e ricorsi, tutto uguale, tutto banale, in cui gioie effimere e monotonia fanno da padroni.
E ti piace, ti piace così. Accetti impassibilmente.

Non bevo. Non fumo. Non mi drogo. Pensa che cazzo di fregatura, J, costretta a guardarti sempre lucidamente, vederti mentre ti prendi per il culo come se andasse tutto bene. Ti invidio e mi fai schifo, perché non hai capito un cazzo, perché ignori, perché sopravvivi senza porti problemi e dubbi, la tua esistenza scorre senza incertezza, J. Io sono Leopardi nella selva oscura di questa Terra Desolata. Tu sei il sottoprodotto di una generazione cresciuta a pane e De Sica. Vorrei essere bella e scema, sempre intenta a ridere ridere ridere. Come te, come voi. Che cazzo hai da ridere, cosa avete da ridere? L’hai visto il mondo? Tutti incollati al virtuale, dipendiamo da esso, dopamina alle stelle sempre in circolo, J. I rapporti irreali prevalgono sui reali, si sguazza in un oceano di falso appagamento, con maschere su maschere su volti scavati da menzogne. E tu sei un falso di serie A, menti a te stesso ancor prima che al prossimo. Come fai? Insegnami la vita, la vita che spacci per imprevedibile, la vita che tanto sembra figa da quaggiù.

Lo sguardo da stronzo tossico alla Del Toro, la camminata da duro che trasuda sicurezza e virilità e freddezza, i discorsi da alternativo, da ribelle, da gran figo della Magliana. Poi non sai sbucciare un’arancia. Pelami st’arancia. Non lo so fare. Non ho voglia. Odio l’odore agro sulle mani. Ti perdi così, J. Ti inganni così. Ti illudi così. Ti smascheri così. Non c’è peggior debole di chi gioca a fare il cattivo. Non sei il villain di questa storia, non lo sarai mai. Sei la comparsa, l’attore non accreditato. Non sei nei titoli di coda, comprendi? Nessun J-oker in questa Gotham ha il tuo volto, sei solo il vagabondo che mendica in ginocchio all’angolo tra Nassau e Fulton Street.

Allora perché torni alla mente? Perché non ti rimuovo in via definitiva? Tabula rasa, e passo. Il problema, J, è che ho fatto del conflitto uno stile di vita. Conflitti interni, conflitti esterni. Vivere è fare la guerra, farsi la guerra, farmi la guerra. È così difficile capirlo? I più grandi sentimenti nascono dal conflitto, l’arte stessa nasce dal conflitto. C’era sempre un’aria di conflitto tra me e te, ma un conflitto irrisolto, senza vinti né vincitori, senza cattivi e senza eroi, senza bandierine di resa, senza aedi e rapsodi a cantarci. Un limbo di Nulla. Questo non mi perdono, quello che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Hai sempre peccato di pigrizia, mancavi d’iniziativa. Non funziona così, il vivermi. Sono una fiamma che necessità d’essere alimentata con impegno e pazienza. Tu non hai neppure idea di quanto riesca a scaldare, di quanta atmosfera e luce riesca a generare.

Ho visto che hai viaggiato, recentemente. Avrebbe dovuto aiutarti, avrebbe dovuto aprirti la mente. Invece sei sempre lo stesso coglione, staccarti dal borgo in cui sei nato ha cambiato ben poco della tua chiusa mentalità. Resti un poveraccio, dentro. Uno che si accontenta. Sta tutto qui, tutto può essere sintetizzato nel “ti accontenti”. Che schifo mi fai, J. Hai deciso di accontentarti. Per questo tu sei lì, io sono qui. E qui resto, col mio incontentabile ego d’essere umano cosciente che alla vita bisogna chiedere, a se stessi bisogna chiedere, agli altri bisogna chiedere, o tanto varrebbe passare le giornate a grattarsi il culo in attesa di crepare.

Sai, ripensavo agli stivaletti viola con le catenelle. Camicia vedo-non-vedo, i jeans della Meltin’ Pot che adoro. Tu che mi dici che il tuo cuore ha perso un battito quando mi hai rivisto. Così piccola, così carina. Con quel visetto dolce, i capelli lisci, il rossetto rosso. Ogni parola che mi hai detto quel giorno si è persa come fumo nel vento. Convenevoli teneri e cordiali, in realtà urlavano tra le righe un “non so neppure chi tu sia, non ho provato a conoscerti, non ho provato a capirti. Non avevo voglia, non ho voglia. O vai bene, di tuo, o mi assecondi, di tuo, o non ne vale la pena. Forse ti ho frainteso, ma chi cazzo se ne ne frega. Ho altro da fare. Non posso essere migliore. Quello che vedo intorno non posso renderlo migliore. Va tutto sempre bene, tutto come deve andare, tu con questi stivaletti stretti su jeans altrettanto stretti sei così carina, ma troppo complicata per me, urli al mondo che non temi di urlarti al mondo, e urli te stessa davvero, non riesco a starti dietro, non riesco a star dietro a nulla. E non ho voglia di viverti. Mi basta trarre conclusioni a pelle, mi basta quello che ho, mi basta quello che sono, mi basta ciò che i miei occhi incontrano quando ti vedo. E vedo che tu, cara mia, mi chiedi uno sforzo che non posso, non voglio compiere. E mo’ me ne vado a cazzeggiare al luna park perché questo è davvero importante.”
Se solo tu avessi scavato più a fondo, avresti scoperto che il rollercoaster migliore in cui ti potessi imbattere era proprio quella ragazzina in stivali stretti su jeans altrettanto stretti. Ma stai tranquillo, J, ti auguro il meglio, l’ho sempre fatto. E pure se qualcosa andasse storto, hey va tutto bene, non pensarci, non preoccuparti, attendi il giorno in cui creperai e fino ad allora fatti scivolare tutto addosso.

Ma almeno impara a sbucciare una cazzo d’arancia.

Another day, another drama, but not for me, all I think about is karma

Non prego Dio, non credo nell’oroscopo, non mi affido ai tarocchi, ma ai piedi del Karma mi inginocchio, in adorazione. Nel Karma credo, dannatamente credo.

What goes around, comes around.

Nel bene o nel male, ciò che fai si trasforma. Torna da te con un dono inatteso, o ti punisce in modo esemplare. Teneri buffetti sulle guance o feroci bacchettate sulle mani. Il Karma è equo, mai di parte. Se meriti d’essere fottuto, ti fotterà pesantemente. Se hai seminato positività, ti renderà la stessa, talvolta in dose maggiore. Nel Karma credo. Forse perché l’ho visto agire. Coincidenze, le chiamano così.

And in the end, the love you take is equal to the love you make.

L’amore che dai torna da te in egual misura. Non so se io sia sempre stata in grado di dare amore al prossimo. Sono certa d’aver pagato, d’aver scontato la giusta pena, a mio tempo. E sono certa anche di questo: ho sempre visto sprofondare chi mi ha ferito. Ciò che deve accadere, accadrà. La ruota gira, e, fino ad ora, l’ho vista schiacciare molti di mia conoscenza. Mi chiedo solo chi sarà il prossimo. E un po’ mi dispiace per lui.

È un periodo particolare, per me. Uno di quei bei periodi di transizione, in cui il dubbio fa da padrone. Ma sono carica. Ultimamente mi sento avvolta da un’energia incredibile. Sto affrontando con inaspettata positività gli ostacoli e sto lavorando moltissimo su me stessa. Ho limato i lati spigolosi del mio carattere, l’ho reso meno ruvido. E sono aperta alla condivisione e all’interazione come mai prima d’ora. Con chi lo merita, questo sì. Sto progressivamente affrancandomi da chi non reputo meritevole di attenzioni. Non assecondo più le persone “tossiche”, non mi lascio trascinare nel loro baratro di zizzania. È uno di quei bei periodi in cui mi trovo a prendere le distanze, in cui voglio, pretendo, di farmi scivolare addosso le cose (e le persone) di poco conto. Mi sto liberando anche di moltissimi paletti mentali, sto abbracciando con entusiasmo le mie potenzialità e mi sto godendo il cammino. Magari sulla via faccio una scoperta inattesa! Serendipità. D’altronde Fleming scoprì casualmente la penicillina, no? Io potrei imbattermi nella “penicillina” della mia vita. E questo rende la passeggiata ancor più coinvolgente.

Sto decisamente bene, adesso. Non ho motivo di preoccuparmi degli altri, rispondo ad ogni pungente colpo con delizioso menefreghismo. Ormai reagisco andando oltre.

E non auguro il male a nessuno, non è da me, mai lo sarà. Tanto ci pensa il Karma. Tutto torna indietro, è solo questione di tempo. Non si scappa. Io stessa non scappo, da me stessa. Mi affronto ogni giorno, e ogni giorno cambio. È un fenomeno straordinario, il guardarsi dall’esterno. L’altro giorno mi sono complimentata con Giada, la vedo più matura, la vedo più saggia. Sarà la vecchiaia. O sarà la rinnovata consapevolezza che è inutile sprecare tempo dietro persone che valgono zero. Anni fa ne sarei uscita fuori avvelenata, ogni organo del mio corpo avrebbe accettato il guanto di sfida. Crescendo sto imparando che l’unica sfida realmente degna d’essere accettata è quella che mira alla conquista della felicità. Bisogna combattere per questa, senza lasciarsi trascinare emotivamente da chi ci vuole infelici.

A tutto il resto penserà il Karma.

Storia di una ragazza e di come il fitness le insegnò a provare

Nasco nel 1988. Roma, clima primaverile, ora di pranzo. Tuffo carpiato con doppio avvitamento e salto fuori. Il primo slancio atletico della mia vita, sarebbero passati molti anni prima di tornare sui passi della sportiva. Da bambina volevo ardentemente formarmi come ballerina classica, ma il pediatra si oppose con fermezza. “Quell’iperlordosi mal si concilia con il balletto, meglio il nuoto”, sentenziò lapidario. I miei genitori tentarono di buttarmi in piscina con così pessimi risultati che ad oggi non sono in grado di fare due bracciate senza ubriacarmi d’acqua clorata.

Un fiasco, come quella volta della pallavolo: resistetti un anno esatto, poi abbandonai. In parte per la noia, in parte per la mia natura solista che fuggiva il team in tutte le sue accezioni. Non ero predisposta agli sport di squadra, alla condivisione, alla fatica collettiva, al legarsi come una famiglia. Io preferivo essere la leader indiscussa, sempre, in tutto. Mollai, forse più per il bene altrui che per il mio. Sarei diventata brava, a quel tedioso palleggiarsi, brava davvero, ma latentemente ero cosciente di quanto potessi essere odiosa nella mia competitività senza freni, terribile nella mia presunzione e nella mia ben poca congenialità a perdonare gli sbagli altrui. Forse sarei diventata una splendida giocatrice, ma certamente una pessima compagna di squadra.
Conclusi l’infanzia senza sentire la necessità di dedicarmi ad attività fisica extra scolastica, e l’adolescenza fu attraversata da brevi parentesi di aerobica presa poco sul serio.

Nasco nel 1988. Muoio nel 2012, quando sollevando una bottiglia d’acqua mi accorgo di non riuscire a reggerla in sospensione sul bicchiere. Troppo pesante per me, il braccio non ce la fa. Sono perfettamente in salute, ma magra. La forma fisica che il mondo femminile mi ha invidiato fino ad allora, inizia a pesarmi enormemente. Le ore di studio, anche sette al giorno, avevano devastato la schiena di paramorfismi evidenti. Me ne vergognavo, non ne facevo mistero. In un camerino di Golden Point quell’estate provai un bikini, fu l’illuminazione definitiva: mi sentii inadeguata. Anni di narcisismo lasciavano d’un tratto il posto ad un momento di intenso malessere. Il riflesso nello specchio mostrava una bambina. Eppure mangiavo, eppure dormivo, eppure mi curavo, eppure non vedevo la donna che avrei voluto essere.

Sono rinata quell’anno stesso. L’anno esatto che mi sono avvicinata al fitness. Ora di casse d’acqua ne sollevo con noncuranza, ma non è questo il punto. È quello che c’è dietro. E quando qualcuno lo mette in discussione, non comprende quanto per me sia stato salvifico, quanto abbia cambiato della mia vita dell’epoca e quanto ora sia parte integrante e irrinunciabile di questa. Una scelta intrapresa per necessità che diviene passione inarrestabile e si evolve in stile di vita. Ha cambiato l’intera concezione di quello che pensavo di me e che pensavo di conoscere di me. Mi ha dato occhi diversi, su me stessa, mi ha mostrato cose che non avrei immaginato di poter fare e che non pensavo mi sarebbero piaciute.

Ho capito una cosa fondamentale: tocchi realmente quello che sei, e quello che puoi essere, quello che puoi fare, quello che sei in grado di compiere come essere umano, solo quando inizi a sfidare te stesso. Ho passato anni a “combattere” contro gli altri, a sfidare gli altri, a voler primeggiare sugli altri. Quando ho smesso di curarmene, quando mi sono concentrata su di me e solo su di me, facendo dei miei propri limiti l’ostacolo quotidiano, lì ho varcato una soglia fondamentale.

In quell’istante sono cresciuta, come persona, come donna, come sportiva. Il Fitness mi permette di sfidare l’unica persona che devo battere, me stessa, in una lotta volta a migliorarmi e mai al farmi del male. Allenarmi contro Giada, ma anche con lei. E tentare oltre i miei limiti, ma anche riconoscere di averne di invalicabili – ed è un bene sia così, tenetelo sempre a mente. Sono la migliore compagna di squadra e allo stesso tempo la migliore rivale che io possa desiderare. Mi amo da morire, e non parlo solo di quella fisicità che ora mi permette di camminare a schiena dritta o di non riuscire ad indossare un comune paio di jeans. Amo me stessa perché sono finalmente Io, per tutte quelle doti che sono emerse e che mai avrei pensato di possedere, per lo spirito d’avventura che oggi mi appartiene, per la propensione alla condivisione e non più alla mera insulsa competizione.

E amo me stessa perché ho imparato a provare. Il fitness mi ha insegnato a PROVARE. È come se fino a 25 anni avessi sempre avuto timore nel tentare, nell’avventurarmi, nel rischiare, nel buttarmi in esperienze nuove, nell’affrontare l’ignoto.

Questo ha scatenato in me, l’allenamento. La voglia di tentare. Ogni ora di sudore ti rende più tenace, più costante, più paziente, più forte. Ti rende affamato. Hai fame di sperimentare, e lo fai sulla tua pelle. Ti metti in gioco. E non vi è nulla – nulla – che mi abbia mai fatto sentire così viva, così a mio agio, così me stessa, così libera.

Soprattutto, così in pace. È la mia valvola di sfogo, e molto di più. Mi ha permesso, tra le tante cose, di scoprire la bellezza del fallimento.

Sono sempre stata una perfezionista. E fino ai 20 anni mi è andata bene, tutto sempre secondo i piani, nulla di storto. Ma quando una perfettina inciampa, il tonfo è assordante. E quando si rialza, si insinua nella sua testolina l’idea che camminare sia troppo difficile per lei. Mi sentivo inabile a concludere qualsiasi percorso iniziato. E se mi fermavo, se non proseguivo, etichettavo l’intero iter come un fallimento, un errore, una scelta sbagliata che non avrei mai dovuto compiere.

Quando sono entrata per la prima volta in una palestra, il meccanismo, per molti banale, della periodizzazione dei workout è stato un supporto enorme e ha progressivamente spazzato via la fragilità emotiva dell’epoca. Finalmente iniziavo e completavo qualcosa, quotidianamente. Non riuscivo da tanto a terminare ciò che intraprendevo. E per la prima volta nella mia vita, non temevo di fallire. In cinque anni sono inciampata centinaia di volte, e mi sono tirata su altrettante, con in testa ben salda l’idea che non solo sono brava a camminare, ma sono bravissima a correre.

Quando mi dicono “è solo bodybuilding”, “è solo estetica”, “vai a casa”, “ma quanto ti alleni?!”, parlano senza sapere quanto abbia fatto la differenza. Tempra, sicurezza, autostima, sì, ma anche la riscoperta di chi sono e di quanto posso fare.

Ma gli androidi si laureano all’Università della Vita?

Ne ho viste cose che tu, caro Roy, non potresti immaginare.
Le navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione sono ben poco se paragonate al branco di stolidi esseri che mi circondano. Leoni da tastiera cresciuti a pane e fake news, più dediti alla condivisione di buongiornissimi che all’attivazione di processi cognitivi. Ho visto l’analfabetismo funzionale prender piede e diffondersi a macchia d’olio, frotte di proseliti della Signora Ignoranza professarsi portatori di Verità Assoluta, spacciarsi per immunologi e virologi, gettarsi come cani rabbiosi su uomini di scienza, appellarsi a falsi santoni, a false ricerche, a false credenze, a falsi déi.

Ne ho lette di cose, Roy, da far impallidire i più grandi della storia della medicina. Jenner lo immagino contorcersi nella tomba, urlare e inveire in perfetto accento british, al di là delle sponde del Severn.
Edward perdona loro, non sanno quello che dicono, non lo sanno sul serio.
Come quando si avventurano in strambe dissertazioni sui vaccini e sui disturbi di neurosviluppo ad essi correlati. Se solo penso ai 6.3 milioni di bambini sotto i cinque anni che ancora oggi muoiono per malattie prevenibili. File lunghissime di creature innocenti e pure e meravigliose, quel vaccino lo vogliono ardentemente e spesso non possono averlo.

Quanto vorrei, Roy, che tutti questi momenti andassero perduti, vorrei dimenticare lo schifo del quale sono spettatrice. Tutto risulta di così facile comprensione ai miei occhi, se solo si azionassero le sinapsi, se solo il cervello si imponesse sul fiato, sulla parola priva di ragionamento, sul mero sentito dire, sui canali youtube che vaticinano epidemie di autismo incontrollate.
Ho provato, Roy, ho provato a combattere. Ho schivato kaffèèè bollenti mentre mi calavo nei tetri meandri della ‘sgrammatica’ italiana. Ho provato a venire a patti con loro, ho provato a farli ragionare. A nulla son valsi i discorsi sull’importanza di vaccinarsi, a nulla quelli sull’immunità di gregge. Per un momento ho seriamente valutato l’ipotesi di scappare via, al di là delle porte di Tannhäuser. Forse, lì, l’aria puzza meno di inettitudine.
Ero un’estimatrice del genere umano, c’è stato un tempo in cui credevo fortemente nelle potenzialità della mia gente. Nulla è perduto del tutto, mi sussurri, raggi di buon senso balenano nel buio. Ma potrà mai la capacità intellettiva di pochi sconfiggere l’insipienza di molti?

Speriamo queste parole non cadano perdute nel tempo come lacrime nella pioggia.

Don’t worry, be happy

Spero nessun neo diplomato mi ponga quest’anno la terribile domanda “com’è La Sapienza? Mi iscrivo?”, perché non saprei rispondere. O, ad esser sinceri, la mia replica sarebbe così cruda nel suo realismo e nella sua veridicità, dal risultare insopportabile.
Non è tanto La Sapienza, quanto lo stesso sistema universitario ad essere ormai inutile, arretrato, fallimentare. L’Italia continua a sguazzare nella convinzione il pezzo di carta sia assolutamente necessario. Siamo stati cresciuti a pane, Nutella e pipponi genitoriali tutti uguali. Ti diplomi, poi ti laurei, poi trovi un lavoro, poi ti sposi. Step belli preconfezionati, ai quali devi attenerti, perché “questa è la vita”.
Poi cresci e realizzi che questo è tutto meno che vita. Realizzi che l’Università ti darà un pezzo di carta, e solo un pezzo di carta. Per un posto di lavoro che non riuscirai a trovare, o che, nel 90% dei casi, sarà in un settore ben lontano dal tuo iter di studi. E non è detto che, nell’eventualità sia il Tuo lavoro, il lavoro che pensavi di volere, il lavoro per cui hai sgobbato, non si riveli poi una delusione inappagante.

In anni di studi ho capito tanto.
Ho capito che il pezzo di carta non ti qualificherà mai. Che i voti sono solo numeri. Che l’Italia è vecchia. Che i nostri genitori non capivano e non capiscono un cazzo.

Il bagaglio culturale che possiedo non lo devo all’Università, ma alla mia innata curiosità d’essere umano che deve – deve – ricercare il perché d’ogni cosa. Lo devo al passare almeno tre ore al giorno a leggere. Lo devo alla voglia, che avrò sempre, di domandare. “Fai troppe domande”, quante volte me lo sono sentita dire. Farò sempre troppe domande, perché ci sarà sempre qualcosa di cui non so e della quale vorrò sapere. E chi non domanda, o, peggio, chi pensa di sapere già abbastanza, per me ha perso in partenza.
Conosco diplomati con menti straordinarie, conosco pluri laureati incapaci a scrivere correttamente in italiano. Conosco poveri felici, felici davvero. Conosco ricchi terribilmente insoddisfatti.
L’Università mi ha mostrato tutto quello che non voglio essere, questo è l’unico merito che le concedo. E a chi si chiede “La Sapienza o Roma Tre?”, io risponderei: fai quello che ti rende felice. Scegli quello che ti fa stare bene, non domani, ma adesso. Ci dimentichiamo dell’adesso perché siamo troppo intenti a guardare al domani. Ma domani è domani, rischi di perderti le potenzialità dell’oggi se guardi solo al futuro. Sii felice ora. Insegui ciò che vuoi, percorri la strada che preferisci. Non curarti del sistema, non curarti dei parenti, non curarti del sentito dire. Abbi cura di te stesso. Cosa vuoi? Cosa ti fa stare bene? Vuoi viaggiare per il mondo, pochi spiccioli e zaino in spalla? Fallo. Quando tornerai, ne avrai di storie da raccontare, ne avrai di vita vissuta davvero, che nessuna scrivania ti donerà mai.

Tu, neo diplomato, fai quello che vuoi. Fallo davvero. Non ti auguro la laurea, non ti auguro il posto fisso, non ti auguro il denaro, non ti auguro la famiglia perfetta della Mulino Bianco, non ti auguro la casa di proprietà.
Ti auguro d’essere felice e in pace con te stesso.

E non è augurio da poco.