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Storia di una ragazza e di come il fitness le insegnò a provare

Nasco nel 1988. Roma, clima primaverile, ora di pranzo. Tuffo carpiato con doppio avvitamento e salto fuori. Il primo slancio atletico della mia vita, sarebbero passati molti anni prima di tornare sui passi della sportiva. Da bambina volevo ardentemente formarmi come ballerina classica, ma il pediatra si oppose con fermezza. “Quell’iperlordosi mal si concilia con il balletto, meglio il nuoto”, sentenziò lapidario. I miei genitori tentarono di buttarmi in piscina con così pessimi risultati che ad oggi non sono in grado di fare due bracciate senza ubriacarmi d’acqua clorata.

Un fiasco, come quella volta della pallavolo: resistetti un anno esatto, poi abbandonai. In parte per la noia, in parte per la mia natura solista che fuggiva il team in tutte le sue accezioni. Non ero predisposta agli sport di squadra, alla condivisione, alla fatica collettiva, al legarsi come una famiglia. Io preferivo essere la leader indiscussa, sempre, in tutto. Mollai, forse più per il bene altrui che per il mio. Sarei diventata brava, a quel tedioso palleggiarsi, brava davvero, ma latentemente ero cosciente di quanto potessi essere odiosa nella mia competitività senza freni, terribile nella mia presunzione e nella mia ben poca congenialità a perdonare gli sbagli altrui. Forse sarei diventata una splendida giocatrice, ma certamente una pessima compagna di squadra.
Conclusi l’infanzia senza sentire la necessità di dedicarmi ad attività fisica extra scolastica, e l’adolescenza fu attraversata da brevi parentesi di aerobica presa poco sul serio.

Nasco nel 1988. Muoio nel 2012, quando sollevando una bottiglia d’acqua mi accorgo di non riuscire a reggerla in sospensione sul bicchiere. Troppo pesante per me, il braccio non ce la fa. Sono perfettamente in salute, ma magra. La forma fisica che il mondo femminile mi ha invidiato fino ad allora, inizia a pesarmi enormemente. Le ore di studio, anche sette al giorno, avevano devastato la schiena di paramorfismi evidenti. Me ne vergognavo, non ne facevo mistero. In un camerino di Golden Point quell’estate provai un bikini, fu l’illuminazione definitiva: mi sentii inadeguata. Anni di narcisismo lasciavano d’un tratto il posto ad un momento di intenso malessere. Il riflesso nello specchio mostrava una bambina. Eppure mangiavo, eppure dormivo, eppure mi curavo, eppure non vedevo la donna che avrei voluto essere.

Sono rinata quell’anno stesso. L’anno esatto che mi sono avvicinata al fitness. Ora di casse d’acqua ne sollevo con noncuranza, ma non è questo il punto. È quello che c’è dietro. E quando qualcuno lo mette in discussione, non comprende quanto per me sia stato salvifico, quanto abbia cambiato della mia vita dell’epoca e quanto ora sia parte integrante e irrinunciabile di questa. Una scelta intrapresa per necessità che diviene passione inarrestabile e si evolve in stile di vita. Ha cambiato l’intera concezione di quello che pensavo di me e che pensavo di conoscere di me. Mi ha dato occhi diversi, su me stessa, mi ha mostrato cose che non avrei immaginato di poter fare e che non pensavo mi sarebbero piaciute.

Ho capito una cosa fondamentale: tocchi realmente quello che sei, e quello che puoi essere, quello che puoi fare, quello che sei in grado di compiere come essere umano, solo quando inizi a sfidare te stesso. Ho passato anni a “combattere” contro gli altri, a sfidare gli altri, a voler primeggiare sugli altri. Quando ho smesso di curarmene, quando mi sono concentrata su di me e solo su di me, facendo dei miei propri limiti l’ostacolo quotidiano, lì ho varcato una soglia fondamentale.

In quell’istante sono cresciuta, come persona, come donna, come sportiva. Il Fitness mi permette di sfidare l’unica persona che devo battere, me stessa, in una lotta volta a migliorarmi e mai al farmi del male. Allenarmi contro Giada, ma anche con lei. E tentare oltre i miei limiti, ma anche riconoscere di averne di invalicabili – ed è un bene sia così, tenetelo sempre a mente. Sono la migliore compagna di squadra e allo stesso tempo la migliore rivale che io possa desiderare. Mi amo da morire, e non parlo solo di quella fisicità che ora mi permette di camminare a schiena dritta o di non riuscire ad indossare un comune paio di jeans. Amo me stessa perché sono finalmente Io, per tutte quelle doti che sono emerse e che mai avrei pensato di possedere, per lo spirito d’avventura che oggi mi appartiene, per la propensione alla condivisione e non più alla mera insulsa competizione.

E amo me stessa perché ho imparato a provare. Il fitness mi ha insegnato a PROVARE. È come se fino a 25 anni avessi sempre avuto timore nel tentare, nell’avventurarmi, nel rischiare, nel buttarmi in esperienze nuove, nell’affrontare l’ignoto.

Questo ha scatenato in me, l’allenamento. La voglia di tentare. Ogni ora di sudore ti rende più tenace, più costante, più paziente, più forte. Ti rende affamato. Hai fame di sperimentare, e lo fai sulla tua pelle. Ti metti in gioco. E non vi è nulla – nulla – che mi abbia mai fatto sentire così viva, così a mio agio, così me stessa, così libera.

Soprattutto, così in pace. È la mia valvola di sfogo, e molto di più. Mi ha permesso, tra le tante cose, di scoprire la bellezza del fallimento.

Sono sempre stata una perfezionista. E fino ai 20 anni mi è andata bene, tutto sempre secondo i piani, nulla di storto. Ma quando una perfettina inciampa, il tonfo è assordante. E quando si rialza, si insinua nella sua testolina l’idea che camminare sia troppo difficile per lei. Mi sentivo inabile a concludere qualsiasi percorso iniziato. E se mi fermavo, se non proseguivo, etichettavo l’intero iter come un fallimento, un errore, una scelta sbagliata che non avrei mai dovuto compiere.

Quando sono entrata per la prima volta in una palestra, il meccanismo, per molti banale, della periodizzazione dei workout è stato un supporto enorme e ha progressivamente spazzato via la fragilità emotiva dell’epoca. Finalmente iniziavo e completavo qualcosa, quotidianamente. Non riuscivo da tanto a terminare ciò che intraprendevo. E per la prima volta nella mia vita, non temevo di fallire. In cinque anni sono inciampata centinaia di volte, e mi sono tirata su altrettante, con in testa ben salda l’idea che non solo sono brava a camminare, ma sono bravissima a correre.

Quando mi dicono “è solo bodybuilding”, “è solo estetica”, “vai a casa”, “ma quanto ti alleni?!”, parlano senza sapere quanto abbia fatto la differenza. Tempra, sicurezza, autostima, sì, ma anche la riscoperta di chi sono e di quanto posso fare.