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Una raccolta di frammenti di coscienza, scritti d’impulso su pergamena virtuale, alcuni affidati alle note dello smartphone, altri scarabocchiati qua e là su una vecchia Moleskine nera, quella regalatami da Francesco M. al mio primo anno a Giurisprudenza. Frammenti recenti, e frammenti lontani nel tempo, ma che talvolta sento ancora attuali. Film mentali, belli miei, potrei così sintetizzare: una serie di pipponi mentali in cui l’overthinking prende il sopravvento. Valvola di sfogo, la chiamo. Vomitare all’esterno ciò che urlo all’interno. Non sono mai stata brava con le parole, o almeno, non a voce. Quando scrivo sembra tutto più semplice, lo è davvero. E analizzarmi, analizzarvi, risulta un’impresa fattibile, quando riporto su “carta”. L’inchiostro, i bit, si sciolgono e si ricompongono in schemi comprensibili. Tutto diventa chiaro. Oh no, a voi nulla sarà chiaro di tutto questo, perché è mio, e mio soltanto. Ogni frammento è figlio di una realtà che non vi appartiene, ma forse, se leggete attentamente tra le righe, potreste trovare qualcosa di vostro, potreste rivedervi in situazioni ed emozioni e rancori e vendetta e gloria e soddisfazioni. Forse vaghiamo nello stesso labirinto ed entrambi cerchiamo la via d’uscita, forse non siamo così diversi, io e te che leggi. E quando leggi, fallo con attenzione. Tra le righe potresti esserci veramente. Che tu abbia attraversato il mio cammino marginalmente o mi abbia scontrato bruscamente, mi hai pur sempre accompagnato per un pezzettino di via. E di questa via, qui, io parlo.

March, 2008

Hey J, ciao.

Ti ho provato a chiamare ieri sera. S’attiva sempre la segreteria, se c’è una cosa che odio è quella segreteria di merda. Che senso ha lasciare messaggi vocali che non ascolteresti? Chiuso, finita, così hai detto. Che me ne importa, J, sono stata fraintesa e non compresa così tante volte da averne perso il conto. Accade ogni volta, è all’ordine del giorno. Il problema sono io. Non tu, solo io. In me scorrono fiumi di rabbia romantica e di passione incendiaria, in te la necessità d’un quieto vivere fatto di corsi e ricorsi, tutto uguale, tutto banale, in cui gioie effimere e monotonia fanno da padroni.
E ti piace, ti piace così. Accetti impassibilmente.

Non bevo. Non fumo. Non mi drogo. Pensa che cazzo di fregatura, J, costretta a guardarti sempre lucidamente, vederti mentre ti prendi per il culo come se andasse tutto bene. Ti invidio e mi fai schifo, perché non hai capito un cazzo, perché ignori, perché sopravvivi senza porti problemi e dubbi, la tua esistenza scorre senza incertezza, J. Io sono Leopardi nella selva oscura di questa Terra Desolata. Tu sei il sottoprodotto di una generazione cresciuta a pane e De Sica. Vorrei essere bella e scema, sempre intenta a ridere ridere ridere. Come te, come voi. Che cazzo hai da ridere, cosa avete da ridere? L’hai visto il mondo? Tutti incollati al virtuale, dipendiamo da esso, dopamina alle stelle sempre in circolo, J. I rapporti irreali prevalgono sui reali, si sguazza in un oceano di falso appagamento, con maschere su maschere su volti scavati da menzogne. E tu sei un falso di serie A, menti a te stesso ancor prima che al prossimo. Come fai? Insegnami la vita, la vita che spacci per imprevedibile, la vita che tanto sembra figa da quaggiù.

Lo sguardo da stronzo tossico alla Del Toro, la camminata da duro che trasuda sicurezza e virilità e freddezza, i discorsi da alternativo, da ribelle, da gran figo della Magliana. Poi non sai sbucciare un’arancia. Pelami st’arancia. Non lo so fare. Non ho voglia. Odio l’odore agro sulle mani. Ti perdi così, J. Ti inganni così. Ti illudi così. Ti smascheri così. Non c’è peggior debole di chi gioca a fare il cattivo. Non sei il villain di questa storia, non lo sarai mai. Sei la comparsa, l’attore non accreditato. Non sei nei titoli di coda, comprendi? Nessun J-oker in questa Gotham ha il tuo volto, sei solo il vagabondo che mendica in ginocchio all’angolo tra Nassau e Fulton Street.

Allora perché torni alla mente? Perché non ti rimuovo in via definitiva? Tabula rasa, e passo. Il problema, J, è che ho fatto del conflitto uno stile di vita. Conflitti interni, conflitti esterni. Vivere è fare la guerra, farsi la guerra, farmi la guerra. È così difficile capirlo? I più grandi sentimenti nascono dal conflitto, l’arte stessa nasce dal conflitto. C’era sempre un’aria di conflitto tra me e te, ma un conflitto irrisolto, senza vinti né vincitori, senza cattivi e senza eroi, senza bandierine di resa, senza aedi e rapsodi a cantarci. Un limbo di Nulla. Questo non mi perdono, quello che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Hai sempre peccato di pigrizia, mancavi d’iniziativa. Non funziona così, il vivermi. Sono una fiamma che necessità d’essere alimentata con impegno e pazienza. Tu non hai neppure idea di quanto riesca a scaldare, di quanta atmosfera e luce riesca a generare.

Ho visto che hai viaggiato, recentemente. Avrebbe dovuto aiutarti, avrebbe dovuto aprirti la mente. Invece sei sempre lo stesso coglione, staccarti dal borgo in cui sei nato ha cambiato ben poco della tua chiusa mentalità. Resti un poveraccio, dentro. Uno che si accontenta. Sta tutto qui, tutto può essere sintetizzato nel “ti accontenti”. Che schifo mi fai, J. Hai deciso di accontentarti. Per questo tu sei lì, io sono qui. E qui resto, col mio incontentabile ego d’essere umano cosciente che alla vita bisogna chiedere, a se stessi bisogna chiedere, agli altri bisogna chiedere, o tanto varrebbe passare le giornate a grattarsi il culo in attesa di crepare.

Sai, ripensavo agli stivaletti viola con le catenelle. Camicia vedo-non-vedo, i jeans della Meltin’ Pot che adoro. Tu che mi dici che il tuo cuore ha perso un battito quando mi hai rivisto. Così piccola, così carina. Con quel visetto dolce, i capelli lisci, il rossetto rosso. Ogni parola che mi hai detto quel giorno si è persa come fumo nel vento. Convenevoli teneri e cordiali, in realtà urlavano tra le righe un “non so neppure chi tu sia, non ho provato a conoscerti, non ho provato a capirti. Non avevo voglia, non ho voglia. O vai bene, di tuo, o mi assecondi, di tuo, o non ne vale la pena. Forse ti ho frainteso, ma chi cazzo se ne ne frega. Ho altro da fare. Non posso essere migliore. Quello che vedo intorno non posso renderlo migliore. Va tutto sempre bene, tutto come deve andare, tu con questi stivaletti stretti su jeans altrettanto stretti sei così carina, ma troppo complicata per me, urli al mondo che non temi di urlarti al mondo, e urli te stessa davvero, non riesco a starti dietro, non riesco a star dietro a nulla. E non ho voglia di viverti. Mi basta trarre conclusioni a pelle, mi basta quello che ho, mi basta quello che sono, mi basta ciò che i miei occhi incontrano quando ti vedo. E vedo che tu, cara mia, mi chiedi uno sforzo che non posso, non voglio compiere. E mo’ me ne vado a cazzeggiare al luna park perché questo è davvero importante.”
Se solo tu avessi scavato più a fondo, avresti scoperto che il rollercoaster migliore in cui ti potessi imbattere era proprio quella ragazzina in stivali stretti su jeans altrettanto stretti. Ma stai tranquillo, J, ti auguro il meglio, l’ho sempre fatto. E pure se qualcosa andasse storto, hey va tutto bene, non pensarci, non preoccuparti, attendi il giorno in cui creperai e fino ad allora fatti scivolare tutto addosso.

Ma almeno impara a sbucciare una cazzo d’arancia.

Another day, another drama, but not for me, all I think about is karma

Non prego Dio, non credo nell’oroscopo, non mi affido ai tarocchi, ma ai piedi del Karma mi inginocchio, in adorazione. Nel Karma credo, dannatamente credo.

What goes around, comes around.

Nel bene o nel male, ciò che fai si trasforma. Torna da te con un dono inatteso, o ti punisce in modo esemplare. Teneri buffetti sulle guance o feroci bacchettate sulle mani. Il Karma è equo, mai di parte. Se meriti d’essere fottuto, ti fotterà pesantemente. Se hai seminato positività, ti renderà la stessa, talvolta in dose maggiore. Nel Karma credo. Forse perché l’ho visto agire. Coincidenze, le chiamano così.

And in the end, the love you take is equal to the love you make.

L’amore che dai torna da te in egual misura. Non so se io sia sempre stata in grado di dare amore al prossimo. Sono certa d’aver pagato, d’aver scontato la giusta pena, a mio tempo. E sono certa anche di questo: ho sempre visto sprofondare chi mi ha ferito. Ciò che deve accadere, accadrà. La ruota gira, e, fino ad ora, l’ho vista schiacciare molti di mia conoscenza. Mi chiedo solo chi sarà il prossimo. E un po’ mi dispiace per lui.

È un periodo particolare, per me. Uno di quei bei periodi di transizione, in cui il dubbio fa da padrone. Ma sono carica. Ultimamente mi sento avvolta da un’energia incredibile. Sto affrontando con inaspettata positività gli ostacoli e sto lavorando moltissimo su me stessa. Ho limato i lati spigolosi del mio carattere, l’ho reso meno ruvido. E sono aperta alla condivisione e all’interazione come mai prima d’ora. Con chi lo merita, questo sì. Sto progressivamente affrancandomi da chi non reputo meritevole di attenzioni. Non assecondo più le persone “tossiche”, non mi lascio trascinare nel loro baratro di zizzania. È uno di quei bei periodi in cui mi trovo a prendere le distanze, in cui voglio, pretendo, di farmi scivolare addosso le cose (e le persone) di poco conto. Mi sto liberando anche di moltissimi paletti mentali, sto abbracciando con entusiasmo le mie potenzialità e mi sto godendo il cammino. Magari sulla via faccio una scoperta inattesa! Serendipità. D’altronde Fleming scoprì casualmente la penicillina, no? Io potrei imbattermi nella “penicillina” della mia vita. E questo rende la passeggiata ancor più coinvolgente.

Sto decisamente bene, adesso. Non ho motivo di preoccuparmi degli altri, rispondo ad ogni pungente colpo con delizioso menefreghismo. Ormai reagisco andando oltre.

E non auguro il male a nessuno, non è da me, mai lo sarà. Tanto ci pensa il Karma. Tutto torna indietro, è solo questione di tempo. Non si scappa. Io stessa non scappo, da me stessa. Mi affronto ogni giorno, e ogni giorno cambio. È un fenomeno straordinario, il guardarsi dall’esterno. L’altro giorno mi sono complimentata con Giada, la vedo più matura, la vedo più saggia. Sarà la vecchiaia. O sarà la rinnovata consapevolezza che è inutile sprecare tempo dietro persone che valgono zero. Anni fa ne sarei uscita fuori avvelenata, ogni organo del mio corpo avrebbe accettato il guanto di sfida. Crescendo sto imparando che l’unica sfida realmente degna d’essere accettata è quella che mira alla conquista della felicità. Bisogna combattere per questa, senza lasciarsi trascinare emotivamente da chi ci vuole infelici.

A tutto il resto penserà il Karma.

Ma gli androidi si laureano all’Università della Vita?

Ne ho viste cose che tu, caro Roy, non potresti immaginare.
Le navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione sono ben poco se paragonate al branco di stolidi esseri che mi circondano. Leoni da tastiera cresciuti a pane e fake news, più dediti alla condivisione di buongiornissimi che all’attivazione di processi cognitivi. Ho visto l’analfabetismo funzionale prender piede e diffondersi a macchia d’olio, frotte di proseliti della Signora Ignoranza professarsi portatori di Verità Assoluta, spacciarsi per immunologi e virologi, gettarsi come cani rabbiosi su uomini di scienza, appellarsi a falsi santoni, a false ricerche, a false credenze, a falsi déi.

Ne ho lette di cose, Roy, da far impallidire i più grandi della storia della medicina. Jenner lo immagino contorcersi nella tomba, urlare e inveire in perfetto accento british, al di là delle sponde del Severn.
Edward perdona loro, non sanno quello che dicono, non lo sanno sul serio.
Come quando si avventurano in strambe dissertazioni sui vaccini e sui disturbi di neurosviluppo ad essi correlati. Se solo penso ai 6.3 milioni di bambini sotto i cinque anni che ancora oggi muoiono per malattie prevenibili. File lunghissime di creature innocenti e pure e meravigliose, quel vaccino lo vogliono ardentemente e spesso non possono averlo.

Quanto vorrei, Roy, che tutti questi momenti andassero perduti, vorrei dimenticare lo schifo del quale sono spettatrice. Tutto risulta di così facile comprensione ai miei occhi, se solo si azionassero le sinapsi, se solo il cervello si imponesse sul fiato, sulla parola priva di ragionamento, sul mero sentito dire, sui canali youtube che vaticinano epidemie di autismo incontrollate.
Ho provato, Roy, ho provato a combattere. Ho schivato kaffèèè bollenti mentre mi calavo nei tetri meandri della ‘sgrammatica’ italiana. Ho provato a venire a patti con loro, ho provato a farli ragionare. A nulla son valsi i discorsi sull’importanza di vaccinarsi, a nulla quelli sull’immunità di gregge. Per un momento ho seriamente valutato l’ipotesi di scappare via, al di là delle porte di Tannhäuser. Forse, lì, l’aria puzza meno di inettitudine.
Ero un’estimatrice del genere umano, c’è stato un tempo in cui credevo fortemente nelle potenzialità della mia gente. Nulla è perduto del tutto, mi sussurri, raggi di buon senso balenano nel buio. Ma potrà mai la capacità intellettiva di pochi sconfiggere l’insipienza di molti?

Speriamo queste parole non cadano perdute nel tempo come lacrime nella pioggia.

Don’t worry, be happy

Spero nessun neo diplomato mi ponga quest’anno la terribile domanda “com’è La Sapienza? Mi iscrivo?”, perché non saprei rispondere. O, ad esser sinceri, la mia replica sarebbe così cruda nel suo realismo e nella sua veridicità, dal risultare insopportabile.
Non è tanto La Sapienza, quanto lo stesso sistema universitario ad essere ormai inutile, arretrato, fallimentare. L’Italia continua a sguazzare nella convinzione il pezzo di carta sia assolutamente necessario. Siamo stati cresciuti a pane, Nutella e pipponi genitoriali tutti uguali. Ti diplomi, poi ti laurei, poi trovi un lavoro, poi ti sposi. Step belli preconfezionati, ai quali devi attenerti, perché “questa è la vita”.
Poi cresci e realizzi che questo è tutto meno che vita. Realizzi che l’Università ti darà un pezzo di carta, e solo un pezzo di carta. Per un posto di lavoro che non riuscirai a trovare, o che, nel 90% dei casi, sarà in un settore ben lontano dal tuo iter di studi. E non è detto che, nell’eventualità sia il Tuo lavoro, il lavoro che pensavi di volere, il lavoro per cui hai sgobbato, non si riveli poi una delusione inappagante.

In anni di studi ho capito tanto.
Ho capito che il pezzo di carta non ti qualificherà mai. Che i voti sono solo numeri. Che l’Italia è vecchia. Che i nostri genitori non capivano e non capiscono un cazzo.

Il bagaglio culturale che possiedo non lo devo all’Università, ma alla mia innata curiosità d’essere umano che deve – deve – ricercare il perché d’ogni cosa. Lo devo al passare almeno tre ore al giorno a leggere. Lo devo alla voglia, che avrò sempre, di domandare. “Fai troppe domande”, quante volte me lo sono sentita dire. Farò sempre troppe domande, perché ci sarà sempre qualcosa di cui non so e della quale vorrò sapere. E chi non domanda, o, peggio, chi pensa di sapere già abbastanza, per me ha perso in partenza.
Conosco diplomati con menti straordinarie, conosco pluri laureati incapaci a scrivere correttamente in italiano. Conosco poveri felici, felici davvero. Conosco ricchi terribilmente insoddisfatti.
L’Università mi ha mostrato tutto quello che non voglio essere, questo è l’unico merito che le concedo. E a chi si chiede “La Sapienza o Roma Tre?”, io risponderei: fai quello che ti rende felice. Scegli quello che ti fa stare bene, non domani, ma adesso. Ci dimentichiamo dell’adesso perché siamo troppo intenti a guardare al domani. Ma domani è domani, rischi di perderti le potenzialità dell’oggi se guardi solo al futuro. Sii felice ora. Insegui ciò che vuoi, percorri la strada che preferisci. Non curarti del sistema, non curarti dei parenti, non curarti del sentito dire. Abbi cura di te stesso. Cosa vuoi? Cosa ti fa stare bene? Vuoi viaggiare per il mondo, pochi spiccioli e zaino in spalla? Fallo. Quando tornerai, ne avrai di storie da raccontare, ne avrai di vita vissuta davvero, che nessuna scrivania ti donerà mai.

Tu, neo diplomato, fai quello che vuoi. Fallo davvero. Non ti auguro la laurea, non ti auguro il posto fisso, non ti auguro il denaro, non ti auguro la famiglia perfetta della Mulino Bianco, non ti auguro la casa di proprietà.
Ti auguro d’essere felice e in pace con te stesso.

E non è augurio da poco.

Some may hold the rose, some hold the rope

Regalai ad A. un braccialetto. Lo portavo sempre e lei continuava a giocherellarci, a manifestare il suo apprezzamento per quelle dieci palline rette da un misero elastico. Lo donai e mi sentii bene, con la coscienza in pace di chi sa d’aver strappato un sorriso all’altro.
Una settimana dopo lo vidi al polso di G. e tutto fu subito chiaro. A. aveva fatto tanto per averlo, semplicemente per regalarlo a G. e io mi sentii profondamente tradita. G. non stimava neppure tanto A., amiche amiche e poi mille segreti alle spalle. Come quando F. regalò a G. il cd di Elisa. E io assistetti alla scena. “Non dirlo ad A., Giada”, che sarà mai, pensai. Se solo F. avesse chiesto ad A. di contribuire al regalo. Ma F. voleva l’esclusiva e ad A., il saperlo, avrebbe spezzato il cuore. A me la questione appariva di così facile risoluzione, ma la mia opinione non faceva testo.
Grandi amiche, sì. G. aveva iniziato a fumare e A. la imitava in tutto, anche nell’abbigliamento. Avevano gli stessi gusti musicali e, ridicolo, una cotta per lo stesso ragazzo, D., il tipico finto alternativo, uno di quelli con la battuta sarcastica sempre pronta, ma che piagnucolava alla prima minaccia di debito da parte dell’insegnante di turno. Un poveraccio tutto fumo e niente arrosto, che ben presto si mise con L., una finta alternativa, anche lei. Ci credevano tantissimo, beati loro.
L. condivideva il banco con B. e tuttora mi chiedo cosa l’abbia spinta a farlo. Ci voleva una buona dose di coraggio. B. passò alla storia soprattutto per la sua abilità a rubare la cancelleria. Una cleptomane nata – non mi sorprende ora faccia quel lavoro, le si addice. A me e a T. sparivano matite, trattopen, bianchetti, e sapevamo sempre dove poterli recuperare: nell’astuccio di B., tutto sempre lì. Il suo tesssoro.
Ricordo ancora C., che si sentiva tanto John Travolta e portava un profumo pessimo. Mi chiamava sempre per sapere i compiti. Un cazzo di diario non se lo voleva proprio comprare. C. era carino, tutto sommato, mi promise di venire ad assistere al mio esame, per supporto morale. E venne. Oh, uno di parola! Ma quando uscii da quell’aula, piangendo per la tensione, lui s’era già avviato, incurante. Sparito. Supporto morale, lo chiamavano. Mi vide, un giorno, a distanza di anni, all’uscita di un bar. Io lo captai con la coda dell’occhio. La volontà di salutarmi palesata dal suo alzarsi dalla seduta. Non lo cagai di striscio.
N. era il tipico figlio di papà. Era anche un bel ragazzo, all’epoca. Voci narrano che denaro e droga gli abbia fottuto la vita. Era destinato a perdersi, al quinto anno ci fu evidente. E si era confidato con M., sua compagna di banco.
M., la Madre Teresa dei poveri, sotto sotto la peggior ipocrita ad aver varcato le porte di quell’istituto. Due facce così, mai viste prima, anche Harvey Dent sarebbe impallidito. Stava con un ragazzo più grande di lei e totalmente infatuato, cornuto a più riprese, aggiungo. M. si credeva davvero sto cazzo, ma lo faceva con eleganza, devo ammetterlo. Ed era oggettivamente carina, ne era cosciente lei stessa. Chissà quanto rimpiange quei tempi, ora che pare abbia messo su 7-8kg buoni. Le macumbe del cornuto devono essere arrivate a destinazione.
Poi c’ero io. Non vestivo da skater, non scrivevo sui muri, non ascoltavo i Blink 182. Non m’impegnavo a truccarmi e vantavo una folta scompigliata chioma di capelli, tagliati pure male. Ero Hermione Granger. La prima volta che sedetti in quell’aula, in cuor mio volevo solo stare bene. Ero ingenua e dolce, timida ma sempre disponibile. Non parlavo molto, ma ciò che dicevo aveva senso ed era dettato da una maturità anomala per una quattordicenne. Ero seria e prendevo ancor più sul serio le relazioni. Per questo non capii quando G. mi disse “molte cose sono cambiate” in allusione al suo non potermi più essere amica. Per lei non ero abbastanza cool. Lei fumava, vestiva con larghi cargo da paninara, aveva l’iPod ultimo modello. Io no. A me fregava un cazzo delle mode e fregava un cazzo di fottermi la salute. Ma, soprattutto, ed è una cosa che comprendo solo adesso, ero sicurissima di me. Gli altri, per quanto apparentemente tosti, erano terrorizzati, volevano essere accettati, erano pronti a vendersi, a snaturarsi. Io no, non ero interessata. Per questo non piacevo a nessuno. Non mi occorreva il prossimo per sentirmi appagata, né mi occorreva una sigaretta per risultare interessante, o il piumino di vero lapin per sentirmi figa.
Tornassi indietro, rifarei tutto, tutto, allo stesso modo. Le superiori sono state una palestra, si impara tanto. Inizi a familiarizzare con le persone, inizi a studiarle, fai le prime indagini sociologiche, d’altronde ne incontrerai di merde nella vita, meglio essere preparati.
Sono passati dieci anni, maturità 2007. Ho volutamente perso di vista tutti. Forse qualcuno è morto, forse qualcuno è al gabbio. Mi piace ricordarli così, un branco di teste di cazzo che giocavano a fare i grandi.