Some may hold the rose, some hold the rope

Regalai ad A. un braccialetto. Lo portavo sempre e lei continuava a giocherellarci, a manifestare il suo apprezzamento per quelle dieci palline rette da un misero elastico. Lo donai e mi sentii bene, con la coscienza in pace di chi sa d’aver strappato un sorriso all’altro.
Una settimana dopo lo vidi al polso di G. e tutto fu subito chiaro. A. aveva fatto tanto per averlo, semplicemente per regalarlo a G. e io mi sentii profondamente tradita. G. non stimava neppure tanto A., amiche amiche e poi mille segreti alle spalle. Come quando F. regalò a G. il cd di Elisa. E io assistetti alla scena. “Non dirlo ad A., Giada”, che sarà mai, pensai. Se solo F. avesse chiesto ad A. di contribuire al regalo. Ma F. voleva l’esclusiva e ad A., il saperlo, avrebbe spezzato il cuore. A me la questione appariva di così facile risoluzione, ma la mia opinione non faceva testo.
Grandi amiche, sì. G. aveva iniziato a fumare e A. la imitava in tutto, anche nell’abbigliamento. Avevano gli stessi gusti musicali e, ridicolo, una cotta per lo stesso ragazzo, D., il tipico finto alternativo, uno di quelli con la battuta sarcastica sempre pronta, ma che piagnucolava alla prima minaccia di debito da parte dell’insegnante di turno. Un poveraccio tutto fumo e niente arrosto, che ben presto si mise con L., una finta alternativa, anche lei. Ci credevano tantissimo, beati loro.
L. condivideva il banco con B. e tuttora mi chiedo cosa l’abbia spinta a farlo. Ci voleva una buona dose di coraggio. B. passò alla storia soprattutto per la sua abilità a rubare la cancelleria. Una cleptomane nata – non mi sorprende ora faccia quel lavoro, le si addice. A me e a T. sparivano matite, trattopen, bianchetti, e sapevamo sempre dove poterli recuperare: nell’astuccio di B., tutto sempre lì. Il suo tesssoro.
Ricordo ancora C., che si sentiva tanto John Travolta e portava un profumo pessimo. Mi chiamava sempre per sapere i compiti. Un cazzo di diario non se lo voleva proprio comprare. C. era carino, tutto sommato, mi promise di venire ad assistere al mio esame, per supporto morale. E venne. Oh, uno di parola! Ma quando uscii da quell’aula, piangendo per la tensione, lui s’era già avviato, incurante. Sparito. Supporto morale, lo chiamavano. Mi vide, un giorno, a distanza di anni, all’uscita di un bar. Io lo captai con la coda dell’occhio. La volontà di salutarmi palesata dal suo alzarsi dalla seduta. Non lo cagai di striscio.
N. era il tipico figlio di papà. Era anche un bel ragazzo, all’epoca. Voci narrano che denaro e droga gli abbia fottuto la vita. Era destinato a perdersi, al quinto anno ci fu evidente. E si era confidato con M., sua compagna di banco.
M., la Madre Teresa dei poveri, sotto sotto la peggior ipocrita ad aver varcato le porte di quell’istituto. Due facce così, mai viste prima, anche Harvey Dent sarebbe impallidito. Stava con un ragazzo più grande di lei e totalmente infatuato, cornuto a più riprese, aggiungo. M. si credeva davvero sto cazzo, ma lo faceva con eleganza, devo ammetterlo. Ed era oggettivamente carina, ne era cosciente lei stessa. Chissà quanto rimpiange quei tempi, ora che pare abbia messo su 7-8kg buoni. Le macumbe del cornuto devono essere arrivate a destinazione.
Poi c’ero io. Non vestivo da skater, non scrivevo sui muri, non ascoltavo i Blink 182. Non m’impegnavo a truccarmi e vantavo una folta scompigliata chioma di capelli, tagliati pure male. Ero Hermione Granger. La prima volta che sedetti in quell’aula, in cuor mio volevo solo stare bene. Ero ingenua e dolce, timida ma sempre disponibile. Non parlavo molto, ma ciò che dicevo aveva senso ed era dettato da una maturità anomala per una quattordicenne. Ero seria e prendevo ancor più sul serio le relazioni. Per questo non capii quando G. mi disse “molte cose sono cambiate” in allusione al suo non potermi più essere amica. Per lei non ero abbastanza cool. Lei fumava, vestiva con larghi cargo da paninara, aveva l’iPod ultimo modello. Io no. A me fregava un cazzo delle mode e fregava un cazzo di fottermi la salute. Ma, soprattutto, ed è una cosa che comprendo solo adesso, ero sicurissima di me. Gli altri, per quanto apparentemente tosti, erano terrorizzati, volevano essere accettati, erano pronti a vendersi, a snaturarsi. Io no, non ero interessata. Per questo non piacevo a nessuno. Non mi occorreva il prossimo per sentirmi appagata, né mi occorreva una sigaretta per risultare interessante, o il piumino di vero lapin per sentirmi figa.
Tornassi indietro, rifarei tutto, tutto, allo stesso modo. Le superiori sono state una palestra, si impara tanto. Inizi a familiarizzare con le persone, inizi a studiarle, fai le prime indagini sociologiche, d’altronde ne incontrerai di merde nella vita, meglio essere preparati.
Sono passati dieci anni, maturità 2007. Ho volutamente perso di vista tutti. Forse qualcuno è morto, forse qualcuno è al gabbio. Mi piace ricordarli così, un branco di teste di cazzo che giocavano a fare i grandi.

To be a rock and not to roll

Scrissi questo pezzo anni e anni fa, in una sera d’ottobre, su una Moleskine, con uno Staedtler 3.0, il mio preferito. Uscivo dall’aver litigato col mondo, ero incazzata con gli altri per avermi deluso, con me stessa per l’essermi tanto fidata. “Tutti tornano”, o quasi tutti. Ricevetti di lì a poco scuse di ogni tipo, anche inaspettate. Conservo ancora una lunga email, bellissima, tra l’altro, inviatami da C. – le risposi, composi anche un breve pezzo, al riguardo. Sempre su cartaceo. Alla maggior parte dei chiedenti perdono ho girato le spalle. Col senno di poi, non so dire se sia stata la scelta migliore, né se lo rifarei – all’epoca, però, ero fortemente convinta.

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Looking for the victim shivering in bed

Non dormo.

Non dormo un cazzo. Non dormo bene. Non dormo tanto. Non dormo quanto dovrei dormire. Rischio di appisolarmi ovunque dalle 8:00 alle 23:00, lotto fortissimamente lotto contro l’abbiocco, mi intossico di caffeina che non fa effetto. Non fa effetto, sì, finché non mi accingo alle lenzuola. Le lenzuola rovesciano tutto quel mondo di sonnolenza, quando dovrebbero accoglierlo. Metto la testa sul cuscino e il cuore riassapora l’amaro dell’arabica, parte potente la tachicardia, l’ansia d’esistere, il flusso di coscienza, i cazzi e mazzi su cui hai sbattuto il grugno nel quotidiano e ai quali hai voltato le spalle saltellando come una bimbetta incurante.
Quando hai il cervello a tremila, le sinapsi che scalpitano, il neurone arrapato, il cuore salsero, l’ansia da ansia di ansia di vivere, puoi pure bombarti di xanax, ma il film della tua vita – un drammatico d’autore che non si fila nessuno, manco quelli del Toronto Film Fest – te lo sorbisci tutto, fino ai titoli di coda, pure le scene post credits, tutto. Lì, nel letto, con il naso all’insù, al soffitto che devi verniciare ma rimandi. Posticipi.
Forse sta tutto lì. Posticipiamo.

Chissà cosa cazzo c’abbiamo di apparentemente figo da fare per non aver tempo di fare ciò che realmente è figo. Ma facciamolo, no? No. Noi preferiamo passare la notte col soffitto, lo sciorinamento di una pellicola di merda, gli errori fatti che ti abbracciano a cucchiaio e quelli che vorremmo fare a filtrare come luce dalla finestra. L’avete visto Insomnia? Il dramma della luce quando vorresti solo dormire e l’instabilità che ne consegue. Oh, magari è un bene. Magari un giorno questa instabilità ci sarà utile.

Il sonno è tutto. Me l’ha detto mamma. Me l’ha detto la tv. E me l’ha detto pure il mio corpo che s’appanna lampo se non dormo decentemente. Einstein dormiva un casino di ore, Woody Allen dorme un casino di ore, e io? Io mi limito a far casino a tutte le ore. Inside, outside. La notte, soprattutto.
Nel letto.

Pensami, nel letto, mentre mi incasino la vita nel letto pensando a quanto mi pensi nel letto, mentre sono nel letto. E visto che siamo in due a non chiudere occhio, fammi un colpo di telefono.