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March, 2008

Hey J, ciao.

Ti ho provato a chiamare ieri sera. S’attiva sempre la segreteria, se c’è una cosa che odio è quella segreteria di merda. Che senso ha lasciare messaggi vocali che non ascolteresti? Chiuso, finita, così hai detto. Che me ne importa, J, sono stata fraintesa e non compresa così tante volte da averne perso il conto. Accade ogni volta, è all’ordine del giorno. Il problema sono io. Non tu, solo io. In me scorrono fiumi di rabbia romantica e di passione incendiaria, in te la necessità d’un quieto vivere fatto di corsi e ricorsi, tutto uguale, tutto banale, in cui gioie effimere e monotonia fanno da padroni.
E ti piace, ti piace così. Accetti impassibilmente.

Non bevo. Non fumo. Non mi drogo. Pensa che cazzo di fregatura, J, costretta a guardarti sempre lucidamente, vederti mentre ti prendi per il culo come se andasse tutto bene. Ti invidio e mi fai schifo, perché non hai capito un cazzo, perché ignori, perché sopravvivi senza porti problemi e dubbi, la tua esistenza scorre senza incertezza, J. Io sono Leopardi nella selva oscura di questa Terra Desolata. Tu sei il sottoprodotto di una generazione cresciuta a pane e De Sica. Vorrei essere bella e scema, sempre intenta a ridere ridere ridere. Come te, come voi. Che cazzo hai da ridere, cosa avete da ridere? L’hai visto il mondo? Tutti incollati al virtuale, dipendiamo da esso, dopamina alle stelle sempre in circolo, J. I rapporti irreali prevalgono sui reali, si sguazza in un oceano di falso appagamento, con maschere su maschere su volti scavati da menzogne. E tu sei un falso di serie A, menti a te stesso ancor prima che al prossimo. Come fai? Insegnami la vita, la vita che spacci per imprevedibile, la vita che tanto sembra figa da quaggiù.

Lo sguardo da stronzo tossico alla Del Toro, la camminata da duro che trasuda sicurezza e virilità e freddezza, i discorsi da alternativo, da ribelle, da gran figo della Magliana. Poi non sai sbucciare un’arancia. Pelami st’arancia. Non lo so fare. Non ho voglia. Odio l’odore agro sulle mani. Ti perdi così, J. Ti inganni così. Ti illudi così. Ti smascheri così. Non c’è peggior debole di chi gioca a fare il cattivo. Non sei il villain di questa storia, non lo sarai mai. Sei la comparsa, l’attore non accreditato. Non sei nei titoli di coda, comprendi? Nessun J-oker in questa Gotham ha il tuo volto, sei solo il vagabondo che mendica in ginocchio all’angolo tra Nassau e Fulton Street.

Allora perché torni alla mente? Perché non ti rimuovo in via definitiva? Tabula rasa, e passo. Il problema, J, è che ho fatto del conflitto uno stile di vita. Conflitti interni, conflitti esterni. Vivere è fare la guerra, farsi la guerra, farmi la guerra. È così difficile capirlo? I più grandi sentimenti nascono dal conflitto, l’arte stessa nasce dal conflitto. C’era sempre un’aria di conflitto tra me e te, ma un conflitto irrisolto, senza vinti né vincitori, senza cattivi e senza eroi, senza bandierine di resa, senza aedi e rapsodi a cantarci. Un limbo di Nulla. Questo non mi perdono, quello che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Hai sempre peccato di pigrizia, mancavi d’iniziativa. Non funziona così, il vivermi. Sono una fiamma che necessità d’essere alimentata con impegno e pazienza. Tu non hai neppure idea di quanto riesca a scaldare, di quanta atmosfera e luce riesca a generare.

Ho visto che hai viaggiato, recentemente. Avrebbe dovuto aiutarti, avrebbe dovuto aprirti la mente. Invece sei sempre lo stesso coglione, staccarti dal borgo in cui sei nato ha cambiato ben poco della tua chiusa mentalità. Resti un poveraccio, dentro. Uno che si accontenta. Sta tutto qui, tutto può essere sintetizzato nel “ti accontenti”. Che schifo mi fai, J. Hai deciso di accontentarti. Per questo tu sei lì, io sono qui. E qui resto, col mio incontentabile ego d’essere umano cosciente che alla vita bisogna chiedere, a se stessi bisogna chiedere, agli altri bisogna chiedere, o tanto varrebbe passare le giornate a grattarsi il culo in attesa di crepare.

Sai, ripensavo agli stivaletti viola con le catenelle. Camicia vedo-non-vedo, i jeans della Meltin’ Pot che adoro. Tu che mi dici che il tuo cuore ha perso un battito quando mi hai rivisto. Così piccola, così carina. Con quel visetto dolce, i capelli lisci, il rossetto rosso. Ogni parola che mi hai detto quel giorno si è persa come fumo nel vento. Convenevoli teneri e cordiali, in realtà urlavano tra le righe un “non so neppure chi tu sia, non ho provato a conoscerti, non ho provato a capirti. Non avevo voglia, non ho voglia. O vai bene, di tuo, o mi assecondi, di tuo, o non ne vale la pena. Forse ti ho frainteso, ma chi cazzo se ne ne frega. Ho altro da fare. Non posso essere migliore. Quello che vedo intorno non posso renderlo migliore. Va tutto sempre bene, tutto come deve andare, tu con questi stivaletti stretti su jeans altrettanto stretti sei così carina, ma troppo complicata per me, urli al mondo che non temi di urlarti al mondo, e urli te stessa davvero, non riesco a starti dietro, non riesco a star dietro a nulla. E non ho voglia di viverti. Mi basta trarre conclusioni a pelle, mi basta quello che ho, mi basta quello che sono, mi basta ciò che i miei occhi incontrano quando ti vedo. E vedo che tu, cara mia, mi chiedi uno sforzo che non posso, non voglio compiere. E mo’ me ne vado a cazzeggiare al luna park perché questo è davvero importante.”
Se solo tu avessi scavato più a fondo, avresti scoperto che il rollercoaster migliore in cui ti potessi imbattere era proprio quella ragazzina in stivali stretti su jeans altrettanto stretti. Ma stai tranquillo, J, ti auguro il meglio, l’ho sempre fatto. E pure se qualcosa andasse storto, hey va tutto bene, non pensarci, non preoccuparti, attendi il giorno in cui creperai e fino ad allora fatti scivolare tutto addosso.

Ma almeno impara a sbucciare una cazzo d’arancia.